La storia

La Storia delle Miniere di Cabernardi

LA STORIA

Le miniere di zolfo di Cabernardi rappresentano un capitolo fondamentale nella storia industriale delle Marche. Attive dal XIX secolo, queste miniere hanno contribuito significativamente allo sviluppo economico della regione, fornendo lavoro e risorse preziose. Oggi, i percorsi attorno alle miniere offrono un’opportunità unica per esplorare la storia e la bellezza naturale del territorio, permettendo ai visitatori di immergersi in un passato ricco di fascino e avventura.

Le Marche, con il loro paesaggio montano a ovest e collinare verso l’Adriatico, ospitano nel comune di Sassoferrato, a 410 metri sul livello del mare, la frazione di Cabernardi, un tempo sede di uno dei più importanti poli minerari di zolfo d’Italia e d’Europa. La leggenda narra che la scoperta dello zolfo risalga alla seconda metà dell’Ottocento, quando un contadino notò che le sue bestie rifiutavano l’acqua di una pozza maleodorante. L’analisi della sorgente da parte di un esperto rivelò la presenza di una falda solfifera: era il 1870. Nel 1878 iniziarono le prime ricerche con la concessione a Buhl e Deinhard. Nel 1888 nacque ufficialmente la miniera di Cabernardi, gestita dall’Azienda Solfifera Italiana. Nello stesso anno fu avviata anche la raffineria di Bellisio Solfare, collegata alla miniera da una lunga teleferica. L’attività mineraria crebbe rapidamente: vennero aperti nuovi livelli e adottati metodi di raffinazione come i calcaroni e i forni Gill, che però rilasciavano nell’aria anidride solforosa, dannosa per le colture e la salute. I “danni fumo” costrinsero la miniera a indennizzare i contadini e ad acquistare terreni danneggiati, istituendo persino un’azienda agraria interna. Nonostante le difficoltà ambientali, la miniera diventò motore di sviluppo. I mezzadri che lavoravano per la miniera godevano di vantaggi rari: case con elettricità e acqua, contratti migliori e possibilità di trasporti. Tra fine Ottocento e inizio Novecento, i livelli della miniera si moltiplicarono, aumentò la manodopera e fu installato un impianto elettrico. Nel 1917 la miniera fu venduta alla Montecatini, colosso minerario e chimico, che puntò su Cabernardi per integrare la produzione di acido solforico, fondamentale nell’industria bellica e chimica. Con Montecatini iniziò la fase d’oro della miniera. Gli operai superarono quota ottocento già nel 1920 e fu costruito un vero villaggio operaio: case, chiesa, circolo ricreativo, scuole, dopolavoro, banca, ufficio postale, caserma, farmacia. Tutto ruotava attorno alla miniera e alla Montecatini. La vita era segnata dal lavoro, ma anche da momenti di socialità: spettacoli, cinema, la squadra di calcio “giallo canarino”, mensa, cooperativa con spaccio aziendale, e il tradizionale giorno di Santa Barbara, protettrice dei minatori, celebrato con messa, processione e premi aziendali.

Le condizioni di lavoro erano durissime: caldo, umidità, polvere di zolfo, scarsa ventilazione. Per mitigare i rischi, la miniera si dotò di cunicoli e impianti di ventilazione forzata, oltre a bonus salariali per chi lavorava a temperature elevate. Tuttavia, gli incidenti erano frequenti e almeno 130 minatori persero la vita in novant’anni. I turni erano estenuanti, spesso preceduti da lunghi tragitti a piedi o in bicicletta dai paesi vicini, in particolare Palazzo di Arcevia. Solo nel secondo dopoguerra furono messi a disposizione mezzi per il trasporto operaio. Durante la Seconda guerra mondiale, la produzione calò a causa dei richiami alle armi, dei bombardamenti e dei sabotaggi. Molte donne furono impiegate in mansioni esterne alla miniera, spesso faticose quanto quelle maschili. Con la fine della guerra riprese la produzione e negli anni Cinquanta Cabernardi tornò a pieno regime: 1.600 operai e 870 tonnellate di zolfo estratte ogni giorno. Ma lo scenario era cambiato: lo zolfo perdeva centralità economica, soppiantato dallo zolfo americano più economico e dalla pirite toscana.

Nel 1950 nacque il Comitato per la Difesa della Miniera, sostenuto da partiti, sindacati e categorie economiche locali. Nonostante gli sforzi, nel 1952 la Montecatini annunciò il licenziamento di 860 lavoratori, aprendo una crisi drammatica. Il 28 maggio 1952 i minatori decisero un’azione clamorosa: occuparono la miniera. Quattrocento uomini rimasero sottoterra per quaranta giorni, mentre fuori le donne si mobilitavano, sfidando la polizia per portare viveri e notizie. La stampa definì l’evento “la lotta dei sepolti vivi”, che attirò l’attenzione nazionale e il sostegno di personalità come Gianni Rodari e Giuseppe Di Vittorio. La resistenza fu eroica, ma vana. La Montecatini chiuse ogni spiraglio: premi per chi accettava il licenziamento, trasferimenti forzati per i più giovani, pensionamenti per gli anziani. Molti ex minatori emigrarono: chi in Sicilia o Toscana, chi in Belgio nelle miniere di carbone. Altri trovarono impiego nei grandi cantieri infrastrutturali. Ma Cabernardi si spopolò, le sue case, il campo da calcio, la cooperativa, si svuotarono. Nel 1959 la miniera chiuse definitivamente. Rimasero i ricordi di una comunità forgiata dallo zolfo e dal sacrificio, il racconto di un paese cresciuto attorno a un giacimento che fu ricchezza e dolore, emancipazione e sfruttamento. Un luogo dove il lavoro aveva trasformato la terra e la vita delle persone, lasciando tracce ancora vive nella memoria collettiva e nel paesaggio.

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